“TRATTO DALL’OPUSCO: A S.E. MONS. VITTORIO MONDELLO – VESCOVO DI CALTAGIRONE – 16 OTTOBRE 1983”

 

Nell’anno 1660 veniva rintrodotta in Caltagirone la festa in onore della Madonna della Lettera, il cui culto localmente doveva risalire a tempi anteriori.

Abbiamo in proposito un preciso documento dell’archivio storico della Citta’, che cosi si esprrime: ” E più onze quattordici e tarì 8.16 ritenutosi detto thesoriero per tanti spesi nella solennizzazione della Festa della Lettera della Madonna SS.mascritta alla Città di Messina, nuovamente introdotta in questa Città per maggior devotione delli popoli, come per lista appare nel mandato fatto a 20 dicembre et epoca in detto notar di Alessandro a ultimo aprile 1660″.

A questo ripristino della Festa della Madonna della Lettera si riferisce quest’altra annotazione, che leggiamo nello stesso volume: “E più a Francesco Cannata guardarobba della Loggia onze tre, tari 11.5 per prezzo di candele di sevo e carta et altri per la luminaria di detta festa della Lettera, come per lista appare nel mandato et epoca in notar Milazzo a primo giugno 1660″.

Dal detto anno si continuò a solenizzare questa festività annualmente nella Chiesa Madre con pubblica illuminazione nelle strade, maschi, apparato in chiesa e solenni funzioni che duravano diversi giorni.

Ma, col passare degli anni, crescendo la devozione per la Conadomini, eletta Patrona della Città nel 1646, si affievoliva il culto tributario alla Vergine sotto vari titoli nella stessa Chiesa Madre, compreso quello della Madonna di Mezzagosto, ossia dell’Assuntache ne era la titolare.

Non si ha notizia del culto alla Madonna della lettera negli anni che precedono il terremoto del 1693 che travolse interamente la Chiesa Madre.

Probabilmente esso dovè passare in questo periodo nella Chiesa di S. Giuliano, dove è ricordato nel 1742 un altare dedicato alla Madonna sotto detto titolo.

Ci induce a pensare a questo passaggio di Culto anche la notizia che troviamo in un volume conservato nell’Archivio Vicariale riguardante gli inventari e i riveli dei benefici e delle cappellanie redatti nel 1774 per ordine del Vescovo di Siracusa Mons. Giovambattista Alagona.

Ivi leggiamo che l’ottava cappella esistente nella Chiesa Collegiata di S. Giuliano era quella “Di M.a SS. della Lettera la di cui immagine fu inviata a questo illustre Senato da quello di Messina l’anno 1660″.

Sicchè nel 1660 la rintroduzione della Festa della Madonna della Lettera coincide con il dono di un quadro fatto al Senato di Caltagirone da quello di Messina.

Ma dove è andato a finire detto quadro, che fino al 1774, cioè quasi ottanta anni dopo il terremoto del 1693 conservavasi nella ottava cappella della Chiesa di S. Giuliano?

Indubbiamente sarà andato perduto perchè non e quello della Madonna della Lettera, che oggi possiede la Chiesa di S. Agata.

Quest’ultimo quadro porta dei particolari inequivocabili, che escludono tassativamente che possa essere quello del 1660.

Infatti nel dipinto della Chiesa di S. Agata è raffigurata in alto, entro un ovale, la Vergine con il Bambino e con la Lettera aperta in mano, e in basso la veduta panoramica della Città di Messina, dove è evidente il forte, ossia la Cittadella, che fu iniziata a costruire dopo la rivoluzione del 1674, e precisamente nel 1679.

E’ assurdo pensare che in un dipinto nel 1660, si possa trovare rappresentata una costruzione di grandiosa mole che all’epoca della fattura del dipinto non esisteva affatto.

Scartata l’ipotesi di potere riconoscere nel dipinto della Chiesa di S. Agata quello del 1660, nasce la domanda: quale è l’origine e la provenienza del quadro della Madonna della Lettera esistente oggi nella predetta Chiesa?

Indubbiamente dobbiamo anche qui rifarci alla storia e ai documenti.

Caltagirone ha avuto continui contatti con Messina nel Sec. XVII e nei primi decenni del secolo successivoper lavori di argenteria riguardanti fra l’altro il completamento della “Cassa di S. Giacomo”, la costruzione della macchinetta argentea della Conadomini.

Questi contatti si allentarono a seguito della terribile pestilenza del 1743, che colpì la Città del faro con eccezionale veemenza.

La incombente gravità del pericolo del contagio preoccupò enormemente la Città di Caltagirone.

Segni di siffatta preoccupazione ricorda tuttoggi la scritta seguente incisa in un concio del cantone dell’ex Chiesa di S.Orsola, proveniente con ogni probabilità dalla vicina abbattuta porta della Città detta di S. Giacomo: SCANDALU DI PESTI 1743.

La Città in tale occasione chiuse le porte con un rigoroso cordone sanitario e ne affidò la custodia all’Apostolo protettore S. Giacomo, consegnandogli simbolicamente la sera del 23 giugno di detto anno 1743 avanti al Palazzo Senatorio con pubblico atto, in una solenne irripetibile cerimonia di fede, le Chiavi della Città elegantemente lavorate in argento.

Sono le stesse chiavi che pultroppo, di recente, un sacrilego furto ha sottratto, determinando un affrettata quanto insignificante e disarmonica sostituzione che non ha neppure il minimo pregio di ricordare lontanamente nelle forme gli artistici e storici cimeli rubati.

E’ per questo che la soluzione adottata andrebbe riconsiderata e risolta ponderatamente alla luce della storia e dell’arte; e ciò per giusto riguardo alla fede degli avi e per retta memoria nei posteri dell’eccezionale avvenimento, cher vide ai piedi dell’Apostolo la cittadinanza tutta miracolosamente risparmiata dall’immane flagello.

Ma ritornando al Quadro esistente nella Chiesa di S. Agata, diciamo che stilisticamente è molto più tardo dell’epoca della pestilenza del 1743, per cui non può avere  nessun riferimento con questo terribile avvenimento.

Basti vedere la cornice di chiaro stile rococòdipinta sulla stessa tela a recinzione dell’immagine della Madonna, per convincersi che il dipinto deve datarsi alla seconda metàm del settecento.

Comunque un particolare del panorama sottostante può anche darci delle indicazioni cronologiche più precise.

si tratta della torre campanaria del Duomo Messinese presente nel panorama, dipinto nella tela stessa.

Tale particolare ci dice che l’opera è anteriore al 1783.

Infatti la torre campanaria in argomento fu sventrata ed abbattuta dal predetto terremoto e quindi non sarebbe possibile ne logica la sua rappresentazione in un dipinto fatto in epoca posteriore, quando essa non più svettava a fianco della mole del Duomo.

Queste osservazioni favoriscono la nostra indagine.

Proprio per questo cataclisma del 1783, che sconvolse ed atterrò tutti i principali monumenti messinesi, Caltagirone contribuì con onze 789.18.4 al donativo di 400 mila scudi offerto dal Parlamento Siciliano il 17 settembre 1790 a Re Ferdinando III , “per ristoro della Città di Messina per li terremoti accaduteli”.

il Senato di Caltagirone elargì le somme a nome dei cittadini, ricavandole “dai pubblici liberi introiti del civico patrimonio”, ossia dalle rendite provenienti dai vasti possedimenti feudali cittadini.

Fù in tale occasione che pervenne a Caltagirone come dono della Città di Messina, il dipinto oggi esistente nella Chiesa di Sant’Agata.Non si tratta certamente di tela appositamente dipinta, ma di pala d’altare prelevata da qualche Chiesa Messinese, colpita dal terremoto ed inviata in dono ai Caltagironesi.

Si spiega cosi la presenza della torre campanaria del Duomo Messinese ancora in piedi raffigurata nel dipinto; si spiega pure la scritta che fino a pochi anni addietro fiancheggiava nel muro il quadro collocato con la sua vistosa cornice dorata nel terzo altare di destra della Chiesetta Caltagironese di S. Agata: MESSANENSIUM CIVITAS – GRATI ANIMI ERGO.

 

 

 

 

 

 

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