Giuseppe Vaccaro – Giacomo Vaccaro
Giuseppe Vaccaro, nacque a Caltagirone nel 1807, e ivi morì il 28 Novembre 1889.
Fu un valente figurinaio della rinomata scuola calatina, allievo e nipote di Giacomo Bongiovanni.
Sin da bambino fu un assiduo frequentatore della casa dello zio, il che giovò all’apprendimento precoce che della sua arte. Il Bongiovanni non mancò di trasfondere in lui ogni segreto e risorsa tecnica della sua lunga esperienza artistica nel campo delle figurine, per il modellamento e la colorazione.
Continuò meravigliosamente l’arte della terracotta colorata, facendo conoscere gran parte della produzione caltagironese nei principali centri d’Europa e d’America.
L’arte del Vaccaro pur continuando ad avvalersi pienamente dall’insegnamento dello zio, se ne distacca parecchio per i soggetti trattati, che sono assai più vari, come quelli tratti dalla borghesia e dall’aristocrazia del tempo. Tentò anche soggetti storici e storico-religiosi. Partecipò a diverse esposizioni e nel 1838 a Palermo presentò, per la prima volta, gruppi in terracotta non colorati. Ebbero un effetto sorprendente ed ottenne la medaglia d’argento.
Collaborò attivamente con il Bongiovanni nella realizzazione dei quaranta vasi ornamentali del Giardino Pubblico. Nel 1882 collaborò anche con Padre Benedetto Papale ed altri artisti per il presepe monumentale della Chiesa di Sana Maria di Betlemme in Modica, realizzando tutte le figure dei pastori. Sono sue anche le figure del presepe stabile della Cattedrale di Caltagirone, più piccole ma ugualmente belle ed originali. La sua operosa attività artistica fu coronata dalla medaglia ottenuta all’Esposizione Vaticana del 17 ottobre 1888.
Alla sua morte, avvenuta il 28 novembre 1889, i suoi figli Salvatore e Giacomo, continuarono validamente l’arte paterna. Il 24 agosto 1890 nella casa nativa dei Bongiovanni-Vaccaro l’Amministrazione Comunale pose una lapide che ricordasse gli artisti scomparsi.
Salvatore, figlio di Giuseppe nacque a Caltagirone il 13 Novembre 1837.
Artista figurinaio meno noto rispetto al padre ed al fratello, continuò degnamente l’arte del plasticatore lasciando moltissimi lavori in terracotta colorata.
Lavorò assiduamente con il fratello Giacomo, firmando insieme a lui i lavori della comune bottega. Nella vivacità del tocco si sente l’ammodernamento portato nell’arte delle figurine dai due giovani maestri e si nota l’abbigliamento diverso e più sciolto con cui sono rappresentati i nuovi tipi da loro creati. Morì a Caltagirone il 16 Luglio 1901.
Giacomo, figlio di Giuseppe, nacque a Caltagirone il 4 Settembre 1847 e ivi morì il 4 Gennaio 1931.
Fu l’ultimo dei grandi della nobile schiera dei plasticatori caltagironesi.
Sin da giovane ereditò dal padre Giuseppe, l’arte della lavorazione della ceramica colorata, ricavando nuovi tipi e soggetti, che erano un segno personale di una capacità vigorosa e soprattutto di finezza ironica nei volti delle figurine. Avendo molte richieste provenienti da vari paesi europei e anche dall’America si trasferì a Catania e dopo a Napoli. Qui la vitalità dell’ambiente lo entusiasmò tanto, come ben si nota dalle numerose opere che raffigurano scugnizzi, pescivendoli, barche piene di pescatori e quant’altro. Tuttavia, l’anima dell’artista siciliano si sente più intensa in altre sue opere quali gruppi, pastori e soggetti che ci mostrano chiaramente come anch’egli continuasse la tradizione bongiovannesca dei costumi siciliani, con grande abilità e capacità.
Oltre alle opere suddette, di lui si conosce il rilievo con San Gioacchino, Sant’Anna e Maria Bambina nel portale della Chiesa di Sant’Anna.
Nel 1918 a Caltagirone, don Luigi Sturzo, pro-sindaco, aprì la scuola di ceramica, (oggi Istituto Statale d’Arte per la Ceramica) che reclutò gli ultimi maestri dell’antica tradizione calatina tra cui anche il figurinaio Giacomo Vaccaro. La scuola, grazie alla loro attiva collaborazione, poté creare nuove generazioni di artisti-artigiani, affinati nella tecnica e nell’arte che potessero recepire, in qualunque tempo, le tradizioni locali.
Morì a 84 anni vedendo decadere l’arte per la quale era vissuto tra disperazione e speranza di un impossibile ritorno al passato di cui fu attento testimone.

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